ANIME CHE SCELGONO L’ABUSO COME EVOLUZIONE
La mano ruvida di
papà era più fredda del solito. La sua carezza leggera, dolce e consolatoria,
di colpo, tutto ad un tratto, mi gelò. Fu un istante breve, infinito, che
cambiò per sempre la mia vita. Il suo respiro che amavo immaginare di dolore e
di solitudine, improvvisamente cambiò e gradualmente si fece ansimante.
Quella sera, il
suo abbraccio non si mescolava come succedeva talvolta, alle lacrime che mi
bagnavano le spalle e serrare gli occhi, per tutto quel suo dolore.
Le sue dita
presero ad insinuarsi più furtive sul mio corpo di bambina, dapprima sul collo,
poi su e giù per la schiena, sui fianchi. Appena sotto l'ascella, la mano si
fermò, trattenne per un attimo il movimento e con decisione si allungò ad
afferrare il seno in fiore, senza tenerezza, stringendolo troppo forte.
Mentre il suo
respiro si faceva più caldo e pesante, sentivo la mia anima che pian piano, si
chiudeva ai rumori del mondo e cominciava a volare altrove, lontano, fuori da
quel corpo violato.
D'un tratto, la
sensazione del suo “coso” ingrandirsi contro le mie natiche, mi serrò i denti
in un brivido glaciale: “No papà, ti prego, non farlo, non sono la mamma … non
sono la mamma, no!”.
Era così che ormai
mi addormentavo molte sere, da troppi mesi.
A volte tremavo di
paura per il desiderio di respingerlo, a volte pregavo il Dio che ormai non
c'era più, in quella stanza buia e segreta, affinché la sofferenza, sua e mia,
potesse calmarsi.
Mamma era morta da
poco ed io ero così felice di alleviare il suo dolore, concedendomi anche solo
per pochi momenti. Sentivo senza capire che quella bambina così normale, così
simile ad una rosa bianca, stava ormai trasformandosi in uno fiore reciso,
sempre più sporco.
Non immaginavo
neppure lontanamente che in quei giorni, la mia anima stava smarrendosi
inevitabilmente per sempre.
Avevo quasi otto
anni, forse solo poco più di sei, non ricordo bene. Da allora la mia pelle non
reagisce più a nessuna carezza, a qualsiasi bacio.
Ho imparato così
nel tempo a staccarmi da quel dolore e da questo corpo ferito, insanguinato. Ho
imparato a lasciarlo lì, disteso o rannicchiato su un letto d'albergo o su
quello coniugale e volare via, via, lontano, e fluttuare libera nei giardini
della fantasia, finalmente in salvo da quelle mani, da tutte le mani, da quelle
bocche, da tutte le bocche che cercavano, frugavano, amavano,
violentavano.
E’ stato durante
quella primavera da tredicenne che ho accettato di essere diversa, diversa da
tutte le altre. Una donna sola con la strada obbligata della sopravvivenza,
ormai capace di soffocare nel buio silenzio della solitudine, quel cuore
tradito, avvolto e protetto solo da un tremendo segreto.
Chissà perché
oggi, quello che gli altri insistono a chiamare con disprezzo odio, sia il solo
sentimento capace di riempire la voragine che ho nel cuore, come un buco nero
di morte. Ma quale amore! Già, l’amore … tutti ne parlano, tutti lo cercano,
non c'è, non lo sento, non esiste ...
Ormai sono un lago
ghiacciato, dove tanti pesci colorati e bastardi, nelle notti oscure dei
fondali, si nutrono avidi del mio nettare divino, dolce d'illusione, rosso di
vendetta, nero di solitudine, quando esce copioso dal mio corpo lucido e
sorridente e che li guarda finalmente contorcersi, agonizzare, in preda al
superbo torto di aver voluto conoscere la morte, ancora da vivi.
Ancora oggi a volte, accade, quando sola nel letto con la
mia depressione, depongo le maschere dei giochi accanto al cuscino, proprio
allora mi vedo dall'alto, come in uno specchio, questa volta il mio specchio. E
guardo l'amore, quello degli altri, quello che cerco riflesso negli occhi delle
mie vittime, nei loro regali di rose o nei monili di pietre, che mi diverto a
riciclare o a distruggere!
A volte quasi mi
stupisco nel sentirmi eccitata da quel piacevole lacerare felicità effimere, o
infrangere illusioni eterne. Sento quel piacere aumentare e poi mescolarsi,
fondendosi dentro la paura, dentro al mio dolore, al mio eterno rimorso.
La legge divina
che governa la mia essenza potrà mai essere ribaltata? Non ci penso nemmeno!
Chi potrà mai darmi l’Amore se chi mi ha generata, lui per primo, me lo ha
tolto, distrutto, disintegrato. Un bocciolo reciso ancor prima di schiudersi!
Ti voglio bene
papà, oggi come allora, più di qualunque altro, Niente e nessuno potrà mai
sostituire la potenza di quella maledetta emozione antica. Questo è il destino
che mi sono scelta, incarnandomi in questo corpo. Quest’Anima antica che
disperata cerca l’Amore di Dio laddove sembra impossibile trovarlo: nel cuore
di una bambina abusata.
Da allora, vagando come una bambola rotta, siccome non ero più niente riuscivo ad essere tutto. Siccome non ero più nessuno, riuscivo ad essere chiunque ...
Vanni Shari Ligasacchi
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