Mark Rothko: l’opera d’arte come esperienza
Ho avuto l’occasione di poter ammirare dal vero le opere di Mark Rothko (1903-1970), ne sono rimasta colpita e impressionata soprattutto dall’esperienza emozionale-sensoriale mistica, che ti invitano ad intraprendere. Davanti alle sue enormi tele mi sono ritrovata ad essere totalmente annientata dal colore, ho trovato l’estremo silenzio delle profonde campiture, il tempo sospeso.
Tutto il Novecento è impregnato di sacralità nell’arte anche se essa non è subito riconoscibile e l’associazione con le opere non è così automatica; la ricerca artistica di Mark Rothko è molto vicino alla dimensione spirituale religiosa. E’ Russo ed è il 4° figlio di una famiglia ebrea trasferitosi nel 1913 negli Stati Uniti. Frequenta fin da piccolo una scuola talmudica per bambini. La loro fu un’emigrazione nobile, il padre era un farmacista. Mark compie studi regolari e frequenta New York.
Fu definito uno dei maggiori esponenti dell’espressionismo astratto, insieme a De Kooning, Pollock, Kline, e altri ma Rothko ha sviluppato un linguaggio astratto del tutto personale non categorizzabile. Litigò con l’arte surrealista e astratta come si litiga con il proprio padre o la propria madre: “Riconosco l’ineluttabilità e la funzione delle mie radici, ma rimango fermo nella mia divergenza rispetto a loro. Sono parte di me ma vivo la mia completezza in totale indipendenza da loro”. “Non sono un astrattista. Non mi interessa il rapporto tra colore o forma o qualsiasi altra cosa. Mi interessa solo esprimere le emozioni umane di base: tragedia, estasi, rovina e così via.”
Egli inventa un nuovo concetto di spazio pittorico: uno spazio nuovo, del tutto diverso da quello naturalistico e prospettico, uno spazio-colore ipnotico, vibrante, meditativo, contemplativo, evocatore.
Sceglie tele di grande formato (anche di 5x4 mt), lui stesso ne dichiara lo scopo: "Quando uno dipinge un quadro grande ci è dentro". “Dipingo quadri di grandi dimensioni perché desidero creare una situazione di intimità. Un quadro di grandi dimensioni provoca una sensazione immediata che ingloba l’osservatore al suo interno. […] Dipingere un quadro piccolo significa situarsi al di fuori della propria esperienza, significa osservarla attraverso una lente che la rimpicciolisce e l’allontana. Un quadro di grandi dimensioni, in qualunque modo lo si dipinga, permette al contrario di far parte di esso. È ineluttabile.”
Le sue opere sono composte da vibrazioni a due o tre colori, non sono dipinte ma colorate, non c’è stratificazione di colore, è come se la tela fosse imbevuta, il colore ne è la fonte luminosa vibrante. Nelle sue opere gli oggetti perdono consistenza, vengono polverizzati e oltre i confini delle cose restano i piani di colore, non ci sono figure, non ci sono forme, non appaiono pennellate. Solo colore. «L’avanzamento del lavoro di un pittore […] andrà verso la chiarezza: verso l’eliminazione di tutti gli ostacoli tra il pittore e l’idea, e tra l’idea e l’osservatore. Come esempi di tali ostacoli, menziono (tra gli altri), la memoria, la storia o la geometria».
Anche la verticalità delle sue opere denota una ricerca volta ad una visione del mondo trascendentale, ascetica, di estrema purezza concettuale e formale, derivata da una formazione filosofica e spirituale. «La mia arte non è astratta, ma vive e respira.» «I quadri devono essere miracolosi: non appena uno è terminato, l’intimità tra la creazione e il creatore è finita. Questi diventa uno spettatore. Il quadro deve essere per lui, come per chiunque altro ne farà esperienza più tardi, una rivelazione, una risoluzione inattesa e inaudita di un bisogno eternamente familiare.»
Quindi la richiesta di Rothko allo spettatore è di grande partecipazione emotiva. Ci troviamo soli nel cercare di condividere la sua stessa ricerca artistica.
“Io penso che il colore, aiutato dalla luce, entri in relazione con l’anima e comporti conseguenze emotive inattese”.
Posso definire le opere di Rothko come capolavori del suo disagio esistenziale.
Una rappresentazione essenziale e concreta del suo dramma di vita, una vita purtroppo segnata da una profonda depressione. Se negli anni ’50 assistiamo nei suoi lavori ad un vivace cromatismo ed un dosato equilibrio tra luce e bagliori che inducono alla contemplazione di queste finestre spirituali; più tardi negli anni ’60 si direziona verso un orientamento cromatico sempre più cupo, un buio opprimente, un allontanamento dal Divino, un rifiuto del colore, la perdita di lucentezza. L’opera perde di verticalità e la parte centrale diventa orizzontale grigio-nera, rimanda alla rigidità, ad una finestra sbarrata. Queste opere sono spia di un latente malessere che lo porteranno poi nel 1970, all’apice del suo successo (l’artista è rimasto pressochè sconosciuto fino agli anni ‘60), a togliersi la vita recidendosi le vene.
La grandezza di Rothko è stata quella di regalarci le potenzialità del colore, la religione della luce. Ha messo in scena la tragedia umana con grande rigore e rispetto per la pittura.
“Un dipinto non è un'immagine di un'esperienza; è un'esperienza”.
Consiglio a chi non lo conoscesse di visionare le sue opere, anche online, ricordando che le dimensioni reali dei suoi lavori sono notevoli e che solo l’esperienza dal vero puo’ restituirci il senso originale e veritiero della sua eredità.
Grazie,
Alessia
Fonti bibliografiche:
Mark Rothko, Scritti, Abscondita Editore
Mark Rothko, L’artista e la sua realtà, Skira Editore
Alfred Jensen, Conversazioni con Rothko, Donzelli Editore

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