Aura. Anche se
da sempre ne sono affascinata e ne provo attrazione, solo in tempi recenti mi
sono avvicinata a Lei, nello studio della visione sottile e quindi dei corpi
sottili che si compenetrano in Essa. Studi teosofici, che placano la sete di
capire come funzioni l’Uomo nell’Universo. Ma io l’avevo già incontrata sulla
mia strada, e i miei ricordi vanno agli studi accademici sull’arte e a quelli
di letteratura. Ora, non voglio confondere le idee a nessuno, ma nella mia
testa c’è bisogno di mettere ordine a queste nozioni apprese per poterne
dedurre delle analogie o differenze sostanziali o perché no, degli arricchimenti.
Si sta parlando dello stesso concetto? In linea generale anche se con diverse
sfumature, posso rispondere in modo affermativo.
Cominciamo con ordine, vi riporto qui sotto un breve e celebre scritto poetico
intitolato Perte
d'Aureole (Perdita di aureula) di Charles Baudelaire (n.1821-m.1867).
“Ehilà! voi qui, mio caro? Voi in un
postaccio? voi, il bevitor di quintessenza, voi, il mangiator d’ambrosia?”
“C’è da essere stupito, davvero.
Mio caro, sapete il terrore che ho dei cavalli e delle vetture. Prima,
come attraversavo in gran fretta il viale, e saltellavo nella mota, attraverso
quel mobile caos dove la morte arriva galoppando da tutte le parti
contemporaneamente, la mia aureola, in un brusco movimento, m’è
scivolata dal capo nel fango della massicciata. Non ho avuto il coraggio di
raccattarla. Ho ritenuto meno spiacevole perdere le mie insegne, che non
farmi rompere l’ossa. E poi, mi sono detto, non ogni male viene per nuocere.
Ora posso girare in incognito, fare delle bassezze e darmi alla crapula come i
semplici mortali. Ed eccomi in tutto simile a voi, come vedete!”
“Dovreste almeno mettere un annuncio riguardo all’aureola, o farla richiedere
dal commissario.”
“Assolutamente no! Mi trovo bene qui. Voi, voi solo m’avete riconosciuto. Del
resto, la dignità m’è venuta a noia. Poi, mi piace il pensiero che qualche
poetastro la raccatterà e se ne cingerà sfacciatamente. Far felice uno, che
piacere! e soprattutto, felice uno che mi farà ridere!
Pensate a X, o a Z! Sarà proprio buffo, no?”
In
questo testo per certi versi satirico, Baudelaire fa riferimento al concetto di
perdita dell’aureola poetica, ovvero i poeti che in passato erano coronati
d’alloro, portatori di una certa sacralità della poesia, ora, nell’epoca in cui
vive Baudelaire (più o meno metà 800), sono messi da parte, non svolgono più il
ruolo di guida sociale e perdono l’ascolto del loro pubblico. L’aureola poetica di Baudelaire giace nel fango, il suo canto può
raccontare solo le bassezze dell’umano e della sua dissoluzione.
E’ ovvio che qui l’accezione di Aura è collegata alla sacralità
della figura del poeta, si distanzia quasi totalmente dal concetto di Aura
espresso da Teosofi come Leadbeater,
ma è comunque contenitore del sacro. Corrisponde a una connotazione di valore
sull’uomo. Noi che studiamo l’Aura dal punto di vista spirituale e non solo
come “fenomeno fisico” possiamo dire che l’Aura è il contenitore della vita
stessa, è insieme il corpo fisico che porta con sé corpo eterico, emotivo,
mentale, causale, e sappiamo bene che non la si può perdere con un brusco
movimento e farla scivolare nel fango! E’ vero però che la si può “sporcare” e
bucare con il nostro modo di vivere. E’ vero anche che l’Aura attribuisce ad
ognuno di noi una sorta di carta di identità unica, quindi il fatto che
Baudelaire incarnasse il Poeta, in qualche modo osservando la sua Aura
probabilmente l‘avremmo scorto.
Cito ora Walter Benjamin
(n.1892 – m. 1940) noto filosofo e scrittore tedesco, mi sono avvicinata a lui
leggendo il saggio: L’opera d’arte
nell’epoca della sua riproducibiità tecnica. In questo volumetto per la
prima volta Benjamin espone al mondo della critica il concetto della perdita
dell’Aura dell’opera d’arte nell’epoca dell’avvento di strumenti come la
fotografia o il cinema.
“Anche nel caso di una riproduzione altamente
perfezionata, manca un elemento: l’hic et nunc (qui e ora) dell’opera d’arte-la sua esistenza unica è
irripetibile nel luogo in cui si trova. […]. La cattedrale abbandona la sua
ubicazione per essere accolta nello studio di un amatore d’arte; il coro che è
stato eseguito in un auditorium oppure all’aria aperta può venir ascoltato in
una camera.
Le circostanze in mezzo alle quali il prodotto della riproduzione tecnica può
venirsi a trovare possono lasciare intatta la consistenza intrinseca dell’opera
d’arte – ma in ogni modo determinano la svalutazione del suo hic et nunc. […].
Ciò che viene meno è insomma quanto può essere riassunto con la nozione di
Aura; e si può dire: ciò che vien meno nell’epoca della sua riproducibilità
tecnica è l’Aura dell’opera d’arte. […]. Moltiplicando a riproduzione, essa
pone a posto di un evento unico una serie quantitativa di eventi. E permettendo
alla riproduzione di venire incontro a colui che ne fruisce nella sua
particolare situazione, attualizza il prodotto. […] In atre parole: il valore
unico dell’opera d’arte autentica trova una sua fondazione nel rituale,
nell’ambito del quale ha avuto il suo primo e originario valore d’uso.[…]”
In sostanza Benjamin dice che riproducendo l’opera d’arte con mezzi tecnici
e rendendola fruibile a più persone contemporaneamente e in posti diversi, di
essa si perde l’Aura, intesa anche qui come sacralità dell’oggetto. E’ come se
nel perdere l’Aura l’opera perdesse la sua Autorità, è come se al valore
cultuale dell’opera primeggiasse il valore espositivo. Dice ancora: “Aura è l’«apparizione unica di una
lontananza, per quanto questa possa essere vicina. […]”.
“Parlare di una tale
“lontananza” equivale innanzitutto a parlare di quella dimensione mai del tutto
rappresentabile che, nell’immanenza stessa del dato sensibile, si offre a noi
come l’altro del sensibile:
come l’altro cioè del visibile
che quest’ultimo sempre presuppone e che, in esso, sempre e di nuovo, si ri-vela, nel senso che si mostra
nascondendosi, senza che nessun concetto determinato sia mai in grado di
esplicitarlo, portandolo così a intelligibilità, una volta per tutte. Abbiamo a
che fare, insomma, con quella eccedenza del possibile la cui apparizione
non-prevedibile fa del “dato” un vero e proprio “dono”: la fonte, cioè, di uno
stupore sempre rinnovato e tale da esigere».
L’esito di questa lettura ha prodotto da parte di altri pensatori
alcune riflessioni: Massimo Cacciari (2011) ad esempio ci invita, a non
confondere culto e Aura, e a considerare, invece, la valenza fortemente
“moderna” della nozione di “Aura”, in quanto intimamente connessa non «al culto
propriamente inteso, ma ai valori di genialità e creatività connessi al fare
artistico».
Diarmuid Costello, nel suo saggio Aura, face, photography:
Re-Reading Benjamin today (2005) espone: «L’Aura si riferisce al soggetto
piuttosto che all’oggetto della
percezione. In altri termini, «l’aura non è affatto un predicato che, in ultima
analisi, si riferisce agli oggetti
della percezione – siano essi opere d’arte, cose o altre persone. […]
Piuttosto, si riferisce alla struttura
della percezione stessa»
Costello lega dunque indissolubilmente aura e intersoggettività, concentrando
la sua attenzione su quella peculiare capacità che hanno le opere d’arte di
sollecitare il nostro sguardo e di «restituire
il mio sguardo come un soggetto».
Le opere, infatti, sono «allo stesso tempo dentro e fuori dal mondo […] le
opere d’arte trascendono il loro sostrato materiale: sono al tempo stesso sia
cose del mondo sia punti di vista soggettivi sul mondo dal di fuori di esso.
[…] L’aura indica questo luogo». Questa costitutiva “duplicità” delle opere
d’arte, ovvero il loro essere paradossalmente dentro e fuori il (nostro) mondo,
immanenti e trascendenti allo stesso tempo – quel rapporto paradossale
che per Adorno si configura nel momento in cui le opere d’arte, pur essendo
“cose tra cose”, manifestano un più, un mehr, non reificabile e
non riducibile esso stesso ad apparenza – segna la loro «trascendenza»; indica,
cioè, quel «singolare intreccio di spazio e di tempo: l’apparizione unica di
una lontananza, per quanto possa essere vicina».
Alla luce di queste brevi e incomplete riflessioni che vi ho
riportato (solo per farvi entrare almeno minimamente nell’argomento trattato),
posso fare delle considerazioni che nascono dalla comparazione della nozione di
Aura nell’ambito teosofico e nell’ambito filosofico-artistico (umilmente e
senza pretese eh!).
I significati non corrispondono totalmente nella forma (la letteratura e l’arte
e soprattutto la filosofia, parlano dell’Aura attraverso i loro linguaggi) ma più entriamo nella sostanza
più sembra ci siano delle comunanze. Dal mio punto di vista c’è la
consapevolezza che quando si parla di Aura si sta parlando di qualcosa di Alto,
qualcosa di non tangibile che conferisce informazioni e valore
all’oggetto/opera. Sappiamo che ogni “cosa” ha una sua Aura proprio perché
esiste e appartiene al sistema solare che ha le sue leggi ben precise.
Mi è capitato di trovarmi in un luogo sacro e attraverso l’attivazione della
vista sottile ho potuto scorgere un campo colorato tendente al cremisi posato
su quella zona sacra, quindi il fatto che l’Aura dell’opera sia nel qui e ora è vero. Altrettanto comunque,
se mi trovassi davanti alla Sfinge di Giza, non attivando nessuna percezione
particolare potrei constatare in modo imprescindibile che porta con sè una
componente aurica importante. Questo
perché gli oggetti contengono nella loro Aura tutte le informazioni di culto,
le memorie, le credenze, le affettività, che nel tempo l’uomo gli ha conferito.
Non possedendo corpo mentale e causale nell’Aura, trattengono però una
componente emotiva data dall’attaccamento umano che “colora” e ne rafforza la
loro Aura.
Quando parliamo di riproduzione tecnica di un’opera d’arte in effetti è come se
togliessimo all’opera le mani che l’hanno plasmata e quindi l’esperienza che
passa attraverso la creazione che si deposita nella sua Aura. Viene meno a
livello vibrazionale l’energia e l’intento con cui l’artista ha impresso il
dipinto. Questo vale per le opere d’arte in modo particolare perché devono
servire ad elevare l’uomo verso l’Alto, la loro funzione è fondamentalmente
questa; ma possiamo riscontrare anche nei semplici oggetti prodotti in una
catena di montaggio o ahimè anche al cibo prodotto in serie per la grande
distribuzione la perdita di luminosità (l’Aura non scompare). Non sto
attaccando i mezzi tecnici, la fotografia ad esempio se nasce come originale e
porta con sè un messaggio che serve all’uomo, diventa portatrice anch’essa di
Aura. Quindi in sostanza io credo che sia il significato di partenza e poi
tutta l’attenzione che l’uomo ci mette a conferirle valore. Credo che sia una
compartecipazione tra l’oggetto e il soggetto da prendere in considerazione.
E’ proprio l’uomo (il soggetto) che dà sacralità agli oggetti. E gli oggetti
rimandano tale componente. Tanti più sono gli uomini che danno valore ad
un’opera d’arte, tanto questa egregora (forma pensiero) sarà grande e farà
parte dell’Aura del mondo e dell’Opera.
Grazie per l’attenzione,
Alessia Gatti
Bibliografia:
-Charles Baudelaire, I fiori del male
-Walter Benjamin, 1966, L’opera d’arte nell’epoca della sua
riproducibilità tecnica, Torino, Einaudi
-D. Costello, 2005, Aura, face, photography: Re-reading
Benjamin today, Continuum
-Luca Marchetti, Arte sguardo e
intersoggettività https://doi.org/10.4000/estetica.1598
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